martedì 15 marzo 2011

Concerto Grosso (1951-1956)

Dopo gli applausi, l'inchino, le luci spente
la pausa del silenzio,
scricchiolano le scarpette nere sul podio
e la bacchetta traccia il segno nell'aria.
Allora l'aria chiusa scuote il suono,
l'ira e l'amore dei fragili strumenti
grave si allarga e avvolge come un fiume

e i violini concordi
striano il silenzio,

muovono vertigini
e nevicano nel vuoto bianchi fiocchi di neve.
Abbassate le palpebre, la neve
splende nel buio, compone dune sui morti,
volteggia bianca nelle protette pupille.
Abbassate le palpebre, nasce il turbine.

E tu flauto suona basso,
insisti sulla voce più straziata,
rallenta flauto quella voce nera
fin che la copra il rullo dei tamburi.
Per una fronte pura
non c'è più stella o nuvola;
per l'occhio dritto, come una lama
non c'è più vento che beva lo sguardo;
per le mani affilate dalla pietà,
non c'è più olio, né pane, né vino.
L'erba cresce sui morti, ma l'astro solitario
della notte che viene
l'incenerisce col suo cupo fulgore.

Scricchiolano le scarpette lucide, con ira.
La bacchetta si muove negli specchi,
moltiplica gli specchi e la magia,
evoca dentro fiamme bianche e spettrali.
Il tuo sogno lo rubano i predoni
e i lamenti del sangue sulle rive.
Ma non chiudere il cerchio con la mano,
lascia sospesa nell'aria
questa piaga di fuoco, questa aperta frontiere.
Continua il concerto grosso, non ha tregua
e non lo puoi fermare.
Scorre nelle tue mani e per le strade
crudele fiume d'uomini e strumenti,
disperata figura huius mundi.

1 commento:

  1. omaggio a Fabrizio, sulle note de "L'estate sarebbe finita presto"

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